5 Maggio 2022
Nelle prime settimane di lockdown, a Marzo 2020, bastava accendere la TV e fare zapping per trovare qualcuno che stava illustrando la procedura per lavare le mani in maniera corretta ed efficace.
Anche sui social si trovavano ovunque le infografiche diffuse dal Ministero della Salute con i passi fondamentali di una corretta detersione.

A molti saranno sembrati dei contenuti piuttosto ovvi e scontati, ma il lavaggio delle mani è un passaggio fondamentale sia nella vita quotidiana che nella pratica ospedaliera per poter ridurre significativamente il rischio di trasmissione di infezioni.

Con l’istituzione della World Hand Hygiene Day, l’OMS ha avviato una campagna che mira ad assegnare la giusta importanza all’igiene delle mani come step fondamentale per la prevenzione delle infezioni e la sicurezza non solo dei pazienti, ma anche dei professionisti della sanità.
Un’importante curiosità storica, che forse non tutti conoscono, riguarda l’introduzione dell’igiene delle mani nella pratica ospedaliera.
Nel 1847, il medico ungherese Ignaz Semmelweis lavorava presso la clinica ostetrica di Vienna. Aveva correlato la febbre puerperale, che uccideva anche fino al 40% delle pazienti colpite, al fatto che i medici che visitavano una partoriente, che poi avrebbe manifestato tale esito, provenissero da un’autopsia o dalla visita ad un’altra donna infetta.
A partire dal maggio del 1847, propose di usare una soluzione a base di cloro per lavare le mani dei medici e di tutti i professionisti che avrebbero avuto contatti con le partorienti.
La proposta venne accolta con enorme diffidenza dai suoi colleghi, che si dividevano tra chi la riteneva banale e inutile e chi la riteneva addirittura dannosa.
In realtà gli effetti della scoperta di Semmelweils smentirono presto le perplessità dei suoi colleghi. Infatti, la sola introduzione di questa procedura in un solo anno riuscì a portare il tasso di mortalità a valori compresi tra il 2% e il 5%.
